Uno screenshot può davvero essere una prova digitale?

Ogni nostra azione nel mondo digitale lascia delle tracce: navigando in internet, postando sui social, consultando servizi di posta elettronica o piattaforme di messaggistica istantanea, sincronizzando file su cloud o semplicemente attivando la geolocalizzazione sul nostro smartphone, produciamo informazioni che possono essere considerate veri e propri dati digitali.
Queste tracce, se identificate, raccolte e gestite correttamente, possono diventare prove digitali utilizzabili in ambito forense.

Ma cosa accade quando si parla di screenshot? Una semplice cattura dello schermo può essere considerata una prova digitale affidabile? La risposta è: sì e no. Vediamo perché.

Screenshot: caratteristiche e limiti come prova digitale

Uno screenshot è essenzialmente una “fotografia” del contenuto visualizzato su uno schermo in un determinato momento. 

In Italia, gli screenshot possono assumere valore legale come “riproduzioni meccaniche” o documentali, ai sensi degli articoli 234 del codice di procedura penale e 2712 del codice civile. Possono dunque essere ammessi in giudizio, sia in contesti civili che penali, per messaggi WhatsApp, SMS, email o post pubblicati sui social.

Tuttavia, il loro limite principale è evidente: gli screenshot sono facilmente manipolabili. Un’immagine catturata sullo schermo può essere alterata con software comuni di editing, o addirittura simulata tramite applicazioni che generano conversazioni false. Di conseguenza, se la controparte contesta la veridicità dello screenshot, il giudice deve valutarne l’attendibilità caso per caso. In termini pratici, uno screenshot non autenticato viene considerato prova documentale con valore indiziario: il suo contenuto può essere utilizzato, ma non ha la stessa forza di un documento firmato digitalmente.

Per aumentare il valore probatorio di uno screenshot, è possibile farlo autenticare da un notaio, inviarlo tramite posta elettronica certificata (PEC) o registrarlo tramite procedure informatiche forensi, ad esempio utilizzando la blockchain per garantirne integrità e tracciabilità.

La prova digitale: definizione e requisiti

Per capire meglio il ruolo degli screenshot, è utile chiarire cosa si intende per prova digitale. La Convenzione di Budapest sulla criminalità informatica (Consiglio d’Europa, 2001) definisce la prova digitale come “qualunque presentazione di fatti, informazioni o concetti in forma suscettibile di essere utilizzata in un sistema computerizzato, incluso un programma in grado di consentire a un sistema computerizzato di svolgere una funzione”.

In sostanza, la prova digitale è immateriale e, se reperita online o su supporti non fisici, può essere facilmente cancellata o modificata. Perché abbia valore legale, deve rispettare tre requisiti fondamentali: integrità, genuinità e non ripudiabilità. Solo così può essere accettata in un procedimento giudiziario senza rischi di contestazione.

Gli articoli 20 e seguenti del D.lgs. 82/2005, noto come Codice dell’Amministrazione Digitale, stabiliscono che un documento informatico è considerato pienamente valido, sia formalmente che sostanzialmente, solo se firmato digitalmente o marcato temporalmente.

Screenshot: quando valgono e come renderli inattaccabili

Gli screenshot, pur avendo valore documentale, non rientrano automaticamente in queste condizioni. Possono quindi essere considerati prove “mobili”, suscettibili di contestazione. Se la controparte disconosce lo screenshot, sostenendo che sia falso o manipolato, il documento perde la sua piena efficacia probatoria e viene valutato solo come indizio.

L’importanza della metodologia forense

Quando si acquisiscono prove digitali dal web o da dispositivi elettronici, è fondamentale seguire procedure certificate e metodologie forensi. L’acquisizione casuale, senza strumenti adeguati, può compromettere l’integrità dei dati e renderli inutilizzabili in tribunale.

I principali vantaggi di una metodologia forense corretta includono:

  • Ammissibilità legale: la prova viene raccolta e conservata secondo standard normativi rigorosi (es. Legge 48/2008), garantendo validità in giudizio;
  • Integrità del dato e catena di custodia: tecniche come la copia bit-a-bit e l’hashing assicurano che l’originale non venga alterato;
  • Recupero di informazioni cancellate: strumenti avanzati permettono di accedere a dati eliminati o nascosti, proteggendo gli interessi aziendali e identificando eventuali responsabilità;
  • Riduzione dei rischi di contestazione: procedure certificate aumentano la credibilità delle prove di fronte a giudici e avvocati.

Conclusioni

In sintesi, ogni traccia digitale può diventare prova, ma non tutte hanno lo stesso valore. Uno screenshot può essere utile come elemento documentale, ma la sua forza probatoria è limitata senza autenticazione o certificazione. La vera prova digitale è quella raccolta secondo metodologie forensi e strumenti certificati, capace di garantire integrità, autenticità e non ripudiabilità.

Chi opera nel mondo digitale, sia per motivi personali che professionali, deve quindi essere consapevole: la cattura dello schermo da sola non basta. È la metodologia di acquisizione e la certificazione che trasformano un semplice screenshot in una prova inoppugnabile, utile a tutelare diritti, interessi e giustizia.